Serve costruire un modello che consenta a tutta l’amministrazione di parlare la stessa lingua, di adottare le medesime best practices e anche di rispettare i vincoli etici che sono sempre più necessari.

L’approfondimento di Maria Pia Giovannini e Paolino Madotto.

Con i provvedimenti di legge degli ultimi mesi il Governo aveva iniziato a configurare un tema di governance dell’innovazione nella PA. Lo aveva delineato, apparentemente uscendo dal meccanismo delle cabine di regia o altre strutture che poco hanno funzionato negli anni scorsi, per traguardare un modello di governo che consenta di avere un coordinamento tra gli enti diversi della PA per adottare strategie comuni (o una sola) e organizzare le proprie attività affinché i sistemi informativi possano parlarsi. In tal senso sta aiutando la presenza del “Team Digitale” della Presidenza del Consiglio, che si è affiancato all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) non solo nel coordinamento delle azioni a favore dello sviluppo del digitale nel Paese ma anche nelle azioni più tecniche, ha cercato di sbloccare situazioni annose (come l’Anpr o la Cie) cercando di richiamare in una visione unitaria le diverse amministrazioni.
Si cominciano a vedere i primi frutti anche se rimangono spesso in molte amministrazioni problemi che emergono in occasioni particolari, come i famigerati “click day”. In questi casi spesso accanto a ragioni tecniche reali dovute alla mole di transazioni da gestire in contemporanea emerge in modo ancora più evidente come il progressivo depauperamento delle competenze interne e una scarsa cultura della organizzazione manageriale dell’IT presente nella PA influiscano negativamente sull’output dei servizi erogati che richiedono una forte capacità di coordinamento a livello nazionale di enti pubblici nazionali e territoriali e di interazione con il resto delle parti sociali del Sistema Paese.

 

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