Tra innovazioni e implicazioni sociali ed economiche

Leggendo e rileggendo le considerazioni espresse nella prima parte, si palesano chiaramente
molte incertezze e altrettante preoccupazioni; molti dubbi si accavallano per diverse motivazioni di
ordine economico, etico, sociale e culturale. Forse sarebbe opportuno riflettere sia sui modelli di
sviluppo industriale che, vista la pubblicistica imperante, stiamo probabilmente correndo il rischio di
assumere come verità apodittiche, sia sulle implicazioni dell’IA che, a seconda delle fonti, siamo
portati a catalogare, forse con eccessiva fretta e superficialità in termini manichei. Il solo dato su cui
sembra esserci una concordanza di vedute riguarda le previsioni che danno addirittura già per
scontato, che ad essere maggiormente colpite saranno le persone occupate in posti di lavoro con
salari e requisiti formativi più bassi; il che naturalmente non può non imporre lo sviluppo di adeguati
ragionamenti. A maggior ragione se a disegnare questi scenari non sono sindacati o partiti politici,
vicini alle masse lavoratrici e ai loro bisogni, ma Goldman Sachs e McKinsey, due realtà internazionali
di prima grandezza, da sempre estremamente attente nell’analisi di questi fenomeni, oltre che molto
attrezzate sia sulle questioni economiche, finanziarie, industriali e tecnologiche, sia sulle dinamiche e
le implicazioni indotte sull’occupazione dalle grandi trasformazioni in corso.

Per quanto attiene il mondo del business è evidente che si apre per l’IA una corsa all’oro: si
stima1 che la spesa globale passerà dai 154mld$ nel 2023 (+26,9% vs 2022) a 300mld$ nel 2026,
generando 97 milioni di nuovi posti di lavoro, mettendone però parallelamente a rischio 85 milioni,
cioè quasi altrettanti; il 18% è la percentuale delle mansioni che potrebbero essere automatizzate
dall’IA; tra le categorie maggiormente a rischio dipendenti d’ufficio, amministrativi, ingegneri
(previsione questa decisamente sorprendente), architetti e avvocati. È altrettanto chiaro che si
scaveranno nuovi solchi tra i diversi Paesi; probabilmente si accentueranno i già grandi divari esistenti,
soprattutto a danno di quelli che non saranno capaci di attrezzarsi adeguatamente per sostenere
l’arrivo di questa enorme ondata. Un Paese come il nostro non potrà non soffrirne, considerate la
debolezza cronica dei bilanci dello Stato italiano, l’enorme entità del debito pubblico, la mancanza di
piani programmatici, l’assenza di una domanda pubblica strutturata in grado di accompagnare grandi
processi di cambiamento, le difficoltà del mondo universitario, snodo ideale e naturale di un grande
processo di cambiamento, purtroppo, però, privo di mezzi adeguati. Se Atene piange, Sparta non ride,
visto che anche il mondo delle imprese, tranne una serie di splendide realtà, sconta analogamente
ritardi cronici. Si avvertono l’assenza di campioni nazionali di caratura adeguata, e in particolare,
proprio nel settore ict, cui si accompagnano livelli di frammentazione eccessivi e dimensioni
lillipuziane, che limitano la capacità di finanziamento di processi di innovazione, coerenti con la
trasformazione digitale in corso. Il mondo costituito da startup e scale up ha gradienti di crescita inferiori rispetto a quelle dei paesi più avanzati, gap che crescono ancor più nel caso degli unicorni. A
tutto ciò si aggiungano anche alcuni ritardi culturali che impediscono la ricerca di modelli innovativi
(e.g. di aggregazione reticolare).

Sommando tutte queste considerazioni a quelle di G.Hinton, riportate in precedenza, in ordine
ai cambiamenti che l’IA porterà con sé in modo travolgente, emerge pressante la necessità di una
maggiore attenzione da parte delle istituzioni, dei governi, della spesso invocata, ma sempre più
evanescente, classe dirigente, degli addetti ai lavori, delle associazioni e dell’opinione pubblica nel
suo complesso. In attesa altresì di misurare gli effetti, positivi o meno, dell’AI Act europeo, pur
auspicando che questo modello regolatorio possa essere in grado di evitare potenziali scivolamenti
molto pericolosi, sarà bene distogliere chicchessia dal pensare che questioni così complesse e delicate
possano essere risolte solo a livello normativo; anche perché le big tech cercheranno in ogni modo,
con i loro mezzi esorbitanti, di contrastarne gli effetti, come dimostrano le richieste di mitigazione
delle conseguenze, indotte da un accumulo di leggi e direttive, avanzate da parte di E. Musk, nel
recente viaggio di giugno scorso in Europa e in Italia.

È evidente che stiamo attraversando un crinale molto rischioso; per l’ennesima volta ci
troviamo di fronte ad un bivio che è anche un dilemma: da un lato, si profila una grande occasione
per provare non solo ad immaginare il futuro, ma anche per cercare di “metterci mano”, attrezzandoci
a recitare un ruolo che ci consenta di evitare ulteriori declini e, dall’altro, incombe l’ennesima nube
che ci condannerà, forse, a restare confusamente nelle retrovie. Tutto ciò mi fa tornare alla mente la
frase “i treni continuano a passare”2, pronunciata dal prof. A. De Maio, Rettore del Politecnico di
Milano tra il 1994 e il 2002, che ossessionandomi, uso spesso, forse anche troppo; mi preoccupa
ancor più la chiosa aggiunta da qualcuno che non ricordo “e noi continuiamo a perderli”; una sintesi
decisamente molto amara, visti i fatti, che non fa onore alle tante persone di grandi competenze e
capacità di cui l’Italia è ricca. C’è bisogno di un forte scuotimento, per gestire diversamente dal passato
la nuova discontinuità che l’IA porta con sé; come sostengono Goldman e McKinsey e, come
d’altronde dimostrano i dati registrati nei periodi seguiti a ogni grande rivoluzione industriale, ci sarà
una quantità di persone che usciranno dal circuito produttivo o che dovranno essere riconvertite.
Peccato, però, che ogni volta non si riesca a capire perché le scorie e gli oneri non vengano equamente
ripartiti, sostenuti e gestiti da tutte le diverse forze in campo, pubbliche e private, industriali e
finanziarie, singole e collettive, e perché le riconversioni non vengano modulate con analoghi criteri.
Se non vedrà la luce un nuovo approccio culturale con il quale si possa mettere in discussione il
modello socio-tecno-economico imperante, che dà sempre per scontate moltissime e
importantissime questioni, la Venere di Pistoletto, recentemente bruciata (sic!), sarà condannata ad
arricchirsi di una ulteriore quantità di stracci; peccato però che questi cenci siano persone. Dobbiamo
convincerci a rigettare ricette che non sono scolpite nella pietra, come lasciano intendere tanti studi;
occorre altresì attrezzarsi a riflettere criticamente sulle arti dei “geni” del marketing, che hanno
accompagnato a livello planetario il lancio di ChatGPT. Dico questo perché il cosiddetto “capitalismo
dei dati”, facendo mio un termine usato dal Prof. Donato Limone, è naturalmente libero di manifestare urbi et orbi il suo verbo, offrendo una narrazione di parte, ma spetta a ciascuno di noi non cadere
nella trappola che ci porta a leggere la realtà con gli occhiali di cui ci hanno forzatamente dotati,
impegnandoci ad utilizzare una buona volta per tutte la capacità critica di cui siamo ricchi.

E, proprio prendendo spunto da quanto dice G.Hinton: “Se ho 1.000 agenti digitali che sono
tutti cloni esatti con pesi identici, ogni volta che un agente impara a fare qualcosa, lo sanno tutti
immediatamente perché condividono i pesi, gli agenti biologici non possono farlo”3, dovremo saper
utilizzare questo suo insegnamento per dar vita noi ad una nuova ingegneria sociale, capace di
aggregare gli agenti biologici, come li chiama lui, con una IA a supporto e sostegno delle persone in
una combinazione diadica, cioè “aumentata” e complementare, in cui entrambe le componenti
possano svolgere al meglio la loro precipua funzione.

Chiudo testardamente con una domanda, riprendendo quanto ho scritto in un mio precedente
articolo: in altre epoche (1890), per combattere una asimmetria analoga a quella attuale, gli U.S.A.
vararono lo Sherman Act, la prima legge antitrust; perché oggi non se ne parla? Non sarebbe il caso
di rileggerla, naturalmente contestualizzandola a un mondo e a tecnologie totalmente diverse?

Ultime notizie: venerdì 17 settembre u.s., Sam Altman, Co-fondatore e CEO di OpenAI, viene
silurato dal suo Consiglio di Amministrazione; lunedì 20 novembre, Satya Nadella, CEO di Microsoft,
annuncia che Sam guiderà un nuovo laboratorio di ricerca sull’Intelligenza Artificiale dell’azienda.
Il mondo corre…


  1. D.MANCA, G.M.VERONA, “Luci e ombre dell’intelligenza artificiale: dall’assenza di regole globali agli investimenti troppo
    frammentati”, LogIn 29maggio2023
  2. M.VITALE, “Bit generation (prefazione)”, Editori Riuniti, Roma, 2004
  3. T.DAEMON, “Godfather Of A.I.’ Leaves Google After A Decade To Warn Society Of Technology He’s Touted”, Globe Echo,
    May, 1, 2023

Autore: Massimo Di Virgilio