Intelligenza Artificiale, tra innovazioni e implicazioni sociali ed economiche

The Imitation Game, il famoso film dedicato ad Alan Turing, è una eccellente sintesi della
capacità e della determinazione umana nel concepire, in situazioni altamente critiche, sfide
apparentemente impossibili. Durante l’ultimo conflitto i tedeschi avevano costruito Enigma, una
macchina capace di criptare i messaggi rendendo praticamente impossibile la loro decifrazione. Il
gioco dell’imitazione che il grande matematico inventò, realizzando una macchina calcolatrice ad hoc,
permise di svelarne l’arcano, dando una decisa e radicale svolta al conflitto. È nel solco tracciato da
questo insigne matematico inglese che hanno cominciato a svilupparsi studi finalizzati alla
realizzazione di automi, sistemi capaci di agire con una propria volontà. Dalla fine della seconda guerra
mondiale, molta strada è stata percorsa; al termine di questo drammatico conflitto, inizia infatti l’era
dell’elettronica (prima il transistor, poi il microprocessore e, successivamente una infinità di
innovazioni) e, grazie all’ENIAC, il primo computer general purpose, nasce l’industria informatica,
pilotata nella sua crescita dalle grandi industrie del settore. Lo scenario progressivamente cambia; ai
moloch rappresentati dai mainframe, via via, si affiancano i minicomputer, cui si aggiungono, poi, i
personal computer. Un passaggio, quest’ultimo, che rappresenta una vera e propria rivoluzione
copernicana. L’informatica esce dalla sacralità dei cosiddetti centri di calcolo e approda sulle scrivanie
delle persone. Le innovazioni accelerano e sulla scena irrompono con la fine del secolo scorso e l’inizio
del XXI, nuovi straordinari protagonisti (web, motori di ricerca, TACS, GSM, smartphone, app, social,
piattaforme e-commerce) che ribaltano radicalmente i canoni, cambiando, non solo il modo di
processare le tecnologie dell’informazione, ma anche i paradigmi del vivere economico e sociale.


Dal 1939 (Turing decifra Enigma) ad oggi, sono trascorsi ottantaquattro anni, nel corso dei
quali si sono alternate grandi speranze e cocenti delusioni. È difficile fare bilanci, né questo è l’intento
di questa breve riflessione; certo, e lo dico a posteriori, l’unico rammarico che rimane è che forse
avremmo potuto interrogarci meglio su ciò che di volta in volta appariva all’orizzonte. Siamo stati
ingenui nel credere al famoso “don’t be evil” e all’utopia democratica della “rete”, o all’open source?
Quello che sognavamo come un nuovo mondo ha poi mantenuto le sue promesse? Abbiamo imparato
la lezione arrivataci dal tonfo delle “dot.com”? Abbiamo sopravvalutato la capacità di sovvertimento
dei modelli di lavoro da parte della gig economy? Siamo stati frettolosi nel credere alle virtù
taumaturgiche dello smartworking? Come ci troviamo in un mondo dominato dallo strapotere delle
big-tech? Riteniamo etiche le regole di ingaggio dei rider? È giusto che varie piattaforme adottino la
discriminazione salariale algoritmica?

Sono alcune delle numerosissime questioni che un percorso non proprio lineare, in cui si è
passati dall’economia industriale a quella dei servizi, suscita a tutti i livelli. D’altronde, è naturale che
i quesiti si accavallino in un mondo che knowledge e net economy, e poi, via via, app, crowd, google,
pod, sharing, e altre economy, hanno contribuito, nei fatti, a ridisegnare, facendo vorticosamente
cambiare, e insisto volutamente su questo punto, il mondo della produzione, dei servizi, della gestione
e dell’amministrazione, da un lato, e del lavoro, dall’altro. Come dimenticare i tanti dibattiti fatti
intorno al dilagare dei robot, a proposito dei quali intervenne lo stesso Bill Gates; forse preoccupato
che si fosse andati troppo oltre, per bilanciarne gli effetti, arrivò a suggerire l’introduzione di tasse
equivalenti al gettito di quelle versate dalle persone che l’automazione rimpiazzava.

Che fine hanno fatto le tante tensioni sul dilagare dei “braccialetti elettronici”, che minacciavano un controllo a
distanza della produttività dei dipendenti? Siamo soddisfatti di ciò che poi è accaduto? Esiste un
rischio che la trasformazione digitale in corso possa essere troppo condizionata dai colossi (big tech),
giganteschi protagonisti, smisuratamente grandi anche per gli Stati? Forse varrebbe la pena ricordare
che in altre epoche (1890) gli U.S.A. vararono lo Sherman Act, la prima legge antitrust. Non è strana
la totale assenza di interventi analoghi di fronte agli attuali sconvolgimenti epocali?

Tante domande, risposte (soddisfacenti) poche.

A novembre 2022, in tutto questo tumultuoso cambiamento, lanciata da Open AI, è apparsa
Chat GPT3, che sembra possedere tutto quanto necessario per cambiare ancora una volta il mondo,
scuotendo il mercato ICT e investendo profondamente la realtà economica, industriale e sociale.
Sbalordisce la velocità con la quale, in pochissimo tempo, abbia raggiunto più di cento milioni di utenti
attivi in un arco di pochi mesi (per arrivare a questa vetta, Tik Tok ne ha impiegato nove, Instagram
trenta); scalzerà Google e il suo predominio, nato a fine anni ’90? Brin e Page, che sbaragliarono gli
altri motori di ricerca (Altavista, Yahoo…, in Italia Virgilio) grazie a semplicità, potenza ed efficacia,
facendone lo strumento principe nella estrazione delle informazioni dall’oceano rappresentato dal
web, dovranno cedere il passo? Bard riuscirà a colmare il gap? Cambierà tutto nuovamente? C’è chi
dice sì, spiegandoci che un algoritmo generativo, come viene definito, permettendoci di conversare
sia tramite interrogazioni vocali e/o scritte sia attraverso la presentazione di documenti, grafici, foto,
potrà consentirci di ottenere all’istante non una lista di fonti da approfondire e studiare, ma risposte,
chiarimenti, riassunti, tesi, blocchi di codice informatico, canzoni e una serie non banale di altri
componimenti. Ma chi ce ne certificherà la validità? Chi darà precisazioni sui criteri di raccolta delle
informazioni? Con quali logiche le sintesi proposte saranno state elaborate? Che uso si farà non tanto
del dato di singole persone quanto di collettività e comunità, a vario titolo e finalità aggregate? Chi ci
garantirà dal rischio di hackeraggi e manipolazioni?


Ciò che è certo, è che siamo davanti ad un salto di una tale portata da aprire scenari ancor più
sorprendenti di quelli precedenti. La raccolta di timori evidenziati dai principali protagonisti, come
ricorda Massimo Gaggi1, pone oggettivamente a ciascuno di noi questioni tanto delicate da non poter
essere eluse. D’altronde come potremmo trascurare i timori che paventa la stessa OpenAI, quando fa
un lungo elenco delle occupazioni, che eufemisticamente definisce “esposte”? Un aggettivo
quest’ultimo che lascia ben intuire a cosa si possa alludere; pur in assenza di stime numeriche ed
economiche attendibili, non ci può sfuggire che riguarderà milioni di persone.


Nel rafforzare quest’ultimo concetto, prendendo a prestito una lungimirante e preoccupata
affermazione del prof. N.Bobbio: “se nella società non succede nulla, anche i diritti più elementari si
perdono”2, provo a concludere questa breve riflessione, esortando coloro che hanno a cuore il futuro
di tutti, ma soprattutto dei giovani, ad aprire un dibattito approfondito per riflettere sulla ”presunta”
ineluttabilità di questa rotta.


Cercando di fare la mia parte, assumo l’impegno di tornare sul tema con qualche contributo,
spero utile.


  1. M.GAGGI, “Ho creato l’IA”, ora la temo”, su “Corriere della Sera”, 3 maggio 2023.
  2. C.FERRARA, “Fateci lavorare”, in Domani, 30 aprile 2023.

Autore: Massimo Di Virgilio