L’Italia forma ogni anno decine di migliaia di laureati e ne vede partire una quota crescente, mentre le sue imprese — in larghissima parte PMI — dichiarano una difficoltà sempre maggiore a trovare le competenze di cui hanno bisogno.
È da questo cortocircuito che nasce l’iniziativa “Pietro alla fine Torna? Quando rientrare in Italia diventa una scelta possibile”, insieme a PietroTorna, la startup nata per connettere professionisti italiani all’estero con le aziende che ne cercano il profilo.
Ad aprire i lavori, la Presidente Maria Pia Giovannini, che ha richiamato il paradosso di un Paese che convive con carenza e abbondanza di competenze allo stesso tempo, e ha messo in guardia da una formula troppo comoda: quella dei “cervelli in fuga“, che mette sotto la stessa etichetta storie molto diverse fra loro.
A coordinare il confronto, insieme a lei, il Consigliere e Responsabile Rapporti istituzionali del Club l’Adjunct Professor Gianluca Duretto.
Le voci di chi vive un’esperienza da expat
Il primo contributo è arrivato da Marco Riemma, IT Sourcing Service Manager per l’Agenzia Spaziale Europea nei Paesi Bassi, dove vive da quasi dieci anni. La sua testimonianza ha aiutato a spostare il discorso oltre il semplice fattore salariale: nelle scelte di chi decide di andare a vivere e lavorare all’estero, contano anche le infrastrutture, la possibilità di crescere professionalmente e l’accompagnamento ricevuto all’arrivo nel nuovo Paese, per esempio riguardo la casa, le scuole per i figli, l’assistenza fiscale e così via. Dettagli apparentemente minori, ma che fanno la differenza e che diventano altrettanto decisivi quando si pensa alla possibilità di rientrare in Italia, Paese considerato spesso non facile da questo punto di vista.
Sulla stessa linea l’intervento di Raffaele Schiavullo, che ha riportato i costi reali della vita a Londra invitando a smettere di raccontare l’estero come un’esperienza sempre dorata. Un punto è emerso con chiarezza: la situazione cambia radicalmente a seconda dell’età e della composizione del nucleo familiare. Rientrare da soli è una cosa, rientrare con figli e partner un’altra.
La lettura del fenomeno di PietroTorna
Nicolò Marchetto, co-founder di PietroTorna, ha inquadrato il fenomeno con un dato che fotografa lo squilibrio: il rapporto tra chi emigra e chi rientra è di circa otto a uno e, secondo le stime citate, da qui al 2040 mancheranno in Italia oltre due milioni di lavoratori. Allo stesso tempo, qualcosa si sta muovendo però in senso inverso. La Brexit e l’aumento dei costi di trasferimento in alcuni Paesi hanno reso infatti meno automatica l’espatrio. Allo stesso tempo, l’ecosistema tecnologico italiano comincia a dare segnali concreti: tra gli esempi emersi nel webinar, il rientro dalla Finlandia di un’intera azienda italiana che lavora sul quantum computing e l’apertura di una sede a Milano da parte di Anthropic, tra le realtà internazionali più note nel campo dell’intelligenza artificiale. La mission di PietroTorna è proprio quella di provare a intercettare queste dinamiche con una community, una newsletter e un lavoro di accompagnamento alle aziende.
Cristina Arbini, co-founder della startup, ha offerto un’interessante panoramica degli insight raccolti dal loro osservatorio. Le ragioni del rientro sono soprattutto due: i legami — familiari, amicali, culturali — e il desiderio di costruire qualcosa qui e avere un impatto positivo sul proprio Paese. Sul fronte opposto, chi valuta il rientro cerca soprattutto quattro cose: la flessibilità (che non significa solo lavoro da remoto), un reale equilibrio tra vita e lavoro con attenzione al welfare, la possibilità di continuare a formarsi e crescere, l’accesso alle cure per sé e per i propri figli. Ciò che temono, invece, è una retribuzione non commisurata alla propria esperienza, una cultura del lavoro percepita come rigida e poco trasparente, oltre a un mercato vissuto come poco dinamico.
Expat: il punto di vista delle aziende
Dal lato della domanda, Alessio Raspollini ha illustrato un punto di vista spesso ignorato da questo tipo di discussioni e cioè: perché le aziende italiane vanno a cercare profili all’estero? La risposta è stata chiara: per incamerare competenze specifiche in settori a forte crescita. La leva, ha osservato, non è tanto un possibile sgravio fiscale, quanto la prospettiva concreta di lavoro che si riesce a offrire: un ruolo chiaro, in continuità con ciò che la persona già svolge all’estero, che ne valorizzi la professionalità invece di livellarla e la faccia sentire parte integrante della crescita dell’azienda.
Daniele Davoli, Presidente della Commissione Giovani CDTI e a sua volta startupper, ha allargato lo sguardo al sistema-Paese: prima ancora di far rientrare i talenti occorre trattenere quelli che già abbiamo, in particolare nel settore dell’intelligenza artificiale, e considerare le persone un investimento di lungo periodo. Tra i nodi indicati, il costo del lavoro e la necessità di una cultura d’impresa che superi il modello padronale.
Superare l’idea di un “ritorno romantico”
Un ulteriore tassello, fondamentale, è arrivato dalle osservazioni di Beppe Carrella, noto come “Rigattiere Digitale”, con quattordici anni di esperienza all’estero alle spalle. Il suo invito è stato a smettere di puntare su un presunto “ritorno romantico” per attirare i talenti espatriatri. Occorre invece lavorare su una narrazione credibile e concreta: gli expat non tornano perché è bello rientrare, ma perché c’è un bisogno reale e solo se c’è la sensazione che, in Italia, il talento non verrà sprecato. Carrella ha anche ricordato come gli strumenti pensati per il rientro non bastano se non si accompagnano a opportunità reali e ha richiamato il fenomeno dell’inverno demografico, che renderà questo tema sempre più urgente.
Il confronto si è poi aperto alle domande e alle riflessioni dei numerosi partecipanti, che hanno insistito su un punto: il vero obiettivo non è solo far rientrare chi è partito, ma rendere il nostro tessuto produttivo abbastanza attrattivo da trattenere i talenti che già ci sono e da farsi notare anche da chi è all’estero, dove i segnali positivi del Paese faticano ancora a emergere.
In definitiva: Pietro può, sì, tornare. Ma a patto che trovi un progetto, non una promessa.