Una giornata densa di confronti, numeri e tavole rotonde, ma anche di connessioni, relazioni e momenti informali. È racchiuso qui il racconto del Wrap-Up di CDTI Futura, la quinta edizione del programma di mentorship del Club Tecnologie dell’Informazione – ETS, che il 13 marzo ha portato al centro un elemento spesso sottovalutato, ma fondamentale per l’innovazione e la crescita del Sistema Paese.

E cioè quell’infrastruttura invisibile — fatta di relazioni, fiducia, competenze condivise e capacità di connettere startup, imprese e istituzioni — che nel lavoro degli ultimi sei mesi ha assunto una forma concreta, trasformando startup e mentor in una rete operativa strettamente interconnessa.

Un percorso che non si chiude

La giornata è cominciata con il Maintenance Pit Stop, un momento riservato a startup e mentor per un ultimo confronto operativo prima della sessione plenaria. Un rito ormai consolidato nelle edizioni di Futura: uno spazio informale ma intenzionale, dove le coppie mentor-startup hanno potuto mettere a punto gli ultimi passaggi del loro percorso.

A seguire, si è svolta le presentazioni dei bandi Lazio InnovaPre-seed 3.0 e Donne e Impresa in prossima uscita (è possibile scaricare le presentazioni nell’Area Download al termine di questo articolo) a cura di Giuseppina Maiorano, dedicata alle opportunità regionali per l’innovazione: un approfondimento sugli strumenti di finanziamento semplificati che il Lazio sta mettendo in campo per favorire la collaborazione tra università e imprese, con particolare attenzione ai progetti che prevedono investimenti congiunti tra i due mondi.

Il “Problema Paese” e il senso della mentorship

Ad aprire i lavori pomeridiani, la Presidente del CDTI Maria Pia Giovannini e Michele Franzese hanno messo subito a fuoco la posta in gioco. I giovani imprenditori di oggi non operano in un contesto stabile come quello delle generazioni precedenti: il lavoro è fluido, le competenze si ridefiniscono continuamente, e la tecnologia — a partire dall’intelligenza artificiale — non riguarda solo chi fa AI, ma rimescola le regole per chiunque operi nel digitale.

Michele Franzese, che accompagna startup dal 2013, lo ha detto con la chiarezza di chi ha visto ormai tante idee brillanti arenarsi per mancanza di strategia. Serve una strategia, una narrazione efficace; e spesso basta la presenza di qualcuno con esperienza che sappia dire “puoi farcela” nel momento più difficile.

Giovannini ha poi allargato lo sguardo al ruolo delle piccole e medie imprese e delle startup nel tessuto distribuito del Paese, sottolineando come — nonostante i progressi — restino ancora nodi aperti su stabilità, infrastrutture e governance dei cambiamenti tecnologici.

Sei mesi di cablaggio: i numeri della quinta edizione

Bettina Giordani, Presidente della Commissione Startup di CDTI, con il prezioso aiuto di Manuele D’Anastasio, ha presentato i risultati raccolti attraverso alcuni questionari di valutazione sottoposti a startup, mentor e alumni di Futura. I numeri raccontano un programma che funziona e cresce: livelli di soddisfazione elevati da entrambe le parti, un’alta percentuale di obiettivi raggiunti e un corpo mentor fidelizzato, con la grande maggioranza pronta a rimettersi in gioco nella sesta edizione.

Tra i dati più significativi, il punteggio più alto in assoluto è andato alla qualità della relazione tra mentor e startup, proprio il cuore del programma. I mentor, dal canto loro, hanno indicato il reverse mentorship come principale motivazione alla partecipazione: non si limitano cioè a trasferire esperienza, ma cercano consapevolmente arricchimento nel confronto con i founder. Una dinamica di reciprocità che rende il confronto più paritario e, nei fatti, più produttivo per entrambe le parti.

Giordani ha anche delineato gli scenari futuri, con le aree su cui migliorare ancora il programma: la definizione degli obiettivi in fase di avvio, la qualità del pairing e il rafforzamento della funzione di “ponte” verso le istituzioni, un aspetto, quest’ultimo, che le startup considerano prioritario per i prossimi step.

Traduttori di codici, architetti di ponti

Il primo panel della giornata, moderato da Luca Bassilichi, Vice Presidente della Commissione Startup del CDTI, ha affrontato la domanda centrale che ha attraversato tutta la quinta edizione: perché tante buone soluzioni tecnologiche faticano a trasformarsi in impatto reale?

La risposta è emersa in modo chiaro e condiviso: non mancano le tecnologie. Mancano i traduttori. Mancano cioè persone, competenze e modelli capaci di connettere mondi che parlano linguaggi diversi — imprese, pubblica amministrazione, università, startup, investitori.

Stefania Mancini ha raccontato l’evoluzione del rapporto tra tecnologia e PA: non più semplice logica cliente-fornitore, ma processi di co-progettazione multi-attore dove la regia diventa necessariamente ecosistemica. Il caso del progetto di screening oncologico realizzato con la Regione Puglia — premiato a livello nazionale — ne è la dimostrazione: i progetti complessi non si risolvono più con relazioni bilaterali, ma con architetture collaborative.

Beatrice Delfrate ha riportato il confronto su un piano concreto: prima di parlare di intelligenza artificiale, occorre saper adottare strumenti molto più basilari. Il limite principale non è l’offerta tecnologica, ma la capacità organizzativa di utilizzarla. Il PNRR rappresenta una finestra importante, ma senza competenze diffuse e continuità rischia di restare un’opportunità temporanea, non un cambiamento strutturale.

Paolo Maria Gangi ha toccato un altro punto critico del sistema italiano: senza capitali adeguati e senza apertura ai mercati internazionali, le startup non scalano. Il pubblico può abilitare, ma non può sostituire il mercato. Il messaggio è netto: serve giocare su scala europea, non restare nel perimetro locale.

Luciano De Biase ha ampliato la prospettiva al nodo culturale e formativo: il ritardo italiano è prima di tutto culturale e organizzativo. Non si può chiedere innovazione a professionisti formati per un contesto che non esiste più, né costruire innovazione strutturale senza investimenti adeguati nella formazione.

Massimo Fellini, di StartupItalia, ha chiuso con un richiamo essenziale alla comunicazione: le startup funzionano quando partono dal problema, non dalla tecnologia. E quando sanno adattare il linguaggio al proprio interlocutore, siano essi investitori, pubblica amministrazione o mercato. Meno slogan, più chiarezza narrativa.

A completare il quadro, le testimonianze di Andrea Azzarello (Bias & Games) ed Enrico Forghieri (MACHINEZERO) hanno portato una prospettiva concreta e personale. Entrambi provenienti da grandi imprese, in ruoli da dipendenti, hanno scelto di lasciare una traiettoria professionale stabile per intraprendere un percorso imprenditoriale ad alto rischio. Una scelta che li rende, simbolicamente, dei moderni Ulisse dell’innovazione: non per l’eroismo, ma per la volontà di uscire dal perimetro conosciuto, affrontare l’incertezza e costruire nuove rotte.
Il panel ha restituito un messaggio netto:azione non fallisce per mancanza di tecnologia, ma per mancanza di connessioni efficaci tra sistemi diversi.

In questo scenario, il ruolo di realtà come CDTI Futura è sempre più chiaro: costruire traduttori, progettare ponti, rendere l’ecosistema operativo e quindi trasformare il capitale relazionale in infrastruttura sociale.

Ponti fatti non di tecnologia, ma di relazioni organizzate, fiducia e competenze.

Il panel ha restituito un messaggio netto: l’innovazione non fallisce per mancanza di tecnologia, ma per mancanza di connessioni efficaci tra ecosistemi diversi.

Il collaudo del mercato: startup e procurement

Il secondo panel, moderato da Fabrizio Davide, ha spostato il focus su una domanda molto stringente: come fa una startup a entrare davvero nel mercato del procurement, soprattutto pubblico? Il confronto che ne è seguito è stato quindi centrato sull’accesso al mercato, sulle procedure, sulle referenze, sulla finanza e sugli ostacoli concreti.

Ottavia Pittaluga ha aperto raccontando l’esperienza della sua startup genovese — attiva in boutique virtuali, commercio esperienziale e AI generativa — intercettata dalla pubblica amministrazione di Genova per un progetto innovativo legato a un bando ministeriale. Il passaggio da privato a pubblico è stato uno “shock culturale”: la barriera non è solo tecnologica o commerciale, ma amministrativa e procedurale. Senza competenze minime su piattaforme e strumenti di accesso al procurement pubblico, il percorso diventa lungo e tortuoso.

Luca Blengino ha portato una visione diversa del rapporto con il Pubblico. La sua startup ha sviluppato un’app che convoglia la spesa welfare aziendale verso negozi di prossimità, artigiani e professionisti locali, generando ricadute economiche misurabili sul territorio. Nella sua esperienza, il rapporto con la PA non è stata quella con un cliente diretto, ma con un abilitatore di fiducia. Il Comune, la Provincia o la Regione possono offrire riconoscimento istituzionale, legittimazione, partnership, per permettere alle startup di presentarsi come soggetto credibile. Il caso pilota sviluppato in Friuli Venezia Giulia, cresciuto nel tempo fino a coinvolgere centinaia di esercenti e migliaia di dipendenti, ne è la prova.

Daniele Davoli ha aggiunto un ulteriore livello di complessità alla riflessione: la sua startup opera quasi interamente con soggetti pubblici in ambito sanitario, con soluzioni che rientrano nella categoria dei dispositivi medici. Una doppia complessità, dunque: procurement pubblico e normativa europea. Ma Davoli ha introdotto una lettura costruttiva: le regole, le certificazioni e i requisiti possono avere anche un effetto positivo, perché incanalano le energie verso la creazione di un prodotto sempre più robusto, affidabile e credibile. La prima adozione pubblica può risultare dunque complessa, ma quando arriva diventa leva commerciale e reputazionale: se riesci a soddisfare normative complesse come quelle sanitarie europee, sei già strutturato per mercati più ampi.

Per Mauro Draoli, il settore pubblico ha una grande capacità di spesa e ignorarlo è un errore. Ma il supporto non deve arrivare solo quando la startup è già pronta a vendere: serve anche prima, nelle fasi in cui ha bisogno di campi di sperimentazione reali e contesti di validazione. Gli strumenti giuridici per fare procurement innovativo esistono già: il nodo non è “si può fare?”, ma “chi decide di farlo?” e “dove nasce la decisione?”. Draoli ha implicitamente proposto un ruolo per soggetti come il CDTI: accompagnatori, interpreti, intermediari tra startup e le amministrazioni giuste.

Annamaria Arcese ha poi spostato lo sguardo all’interno delle organizzazioni: l’ufficio acquisti non può più essere una funzione puramente amministrativa che controlla costi e conformità. Deve diventare un direttore d’orchestra, capace di collegare dipartimenti e mediare tra rischio, innovazione, tecnologia e operatività. Per una startup, il vero salto di qualità avviene quando trova dentro la PA, o una grande organizzazione, un alleato, che sa comprendere il valore della soluzione: qualcuno che valida, sponsorizza e rende possibile il passaggio dall’interesse all’adozione.

Leonardo Ambrosini, con la doppia prospettiva di ex founder e investitore, ha offerto un’analogia efficace: l’Italia nel tennis era irrilevante, oggi è diventata una potenza mondiale. Non per caso, ma perché è stato costruito un ecosistema fatto di infrastrutture, maestri, tornei, investimento sui giovani e visione di lungo periodo. Lo stesso vale per le startup: senza ecosistema, non nascono i campioni. Il capitale da solo non basta: servono formazione, domanda, mercato e supporto pubblico coordinato.

Il panel ha incluso anche un approfondimento tecnico-normativo sul pre-commercial procurement (PCP) e sugli appalti innovativi, con riferimenti al quadro europeo e al nuovo codice degli appalti italiano: gli strumenti per un procurement che premia qualità e innovazione esistono, ma vanno conosciuti, spiegati e portati dentro la cultura quotidiana di startup e PA.

I Maintenance Kit: la continuità come scelta

Uno dei momenti più attesi della giornata è stata la cerimonia di consegna dei Maintenance Kit e degli attestati di gratitudine condotta da Maria Pia Giovannini e Bettina Giordani. Non un semplice premio, strumenti reali per le startup che vogliono consolidare quanto costruito.

Oltre il Wrap-Up: da programma a ecosistema

La giornata si è chiusa con un momento di networking e foto di gruppo, seguiti da un aperitivo conviviale, perché l’infrastruttura invisibile di cui parla Futura è fatta anche di questo: conversazioni informali, strette di mano, idee che nascono a margine di un incontro. Momenti che, nelle parole di chi li ha vissuti, restano spesso quelli più generativi.

Alla sua quinta edizione, CDTI Futura mostra i tratti di un programma maturo che ha trovato una formula distintiva: non semplice trasferimento di competenze, ma costruzione di relazioni autentiche tra generazioni, competenze e visioni diverse. La sfida per la sesta edizione, già in fase di progettazione, è chiara: trasformare questa esperienza da programma a ecosistema permanente, capace di generare impatto anche oltre il singolo percorso di mentorship.

Perché alla fine, come è emerso con forza dalla giornata, l’innovazione non fallisce per mancanza di tecnologia. Fallisce per mancanza di connessioni. E costruire connessioni — tradurre codici, progettare ponti — è esattamente la visione di CDTI Futura. Oggi e per gli anni a venire.

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